Caro Matteo,

 

il primo tuo film che vidi fu L’imbalsamatore.
Era il 2002, e me ne innamorai.
Da allora fino a Dogman non ho mai smesso di attendere gli straordinari personaggi e i magnifici quadri di ogni tuo lavoro.

Questo Pinocchio mi ha deluso.

Bellissimi i primi piani che scavano nell’anima dei personaggi e i chiaroscuri di ogni inquadratura stretta, i punti di vista quasi sempre bassi e leggermente angolati che inducono nello spettatore lo sguardo del bambino, l’atmosfera crepuscolare che pervade le immagini, bella persino la verità nelle unghie sporche dei protagonisti, e in ogni quadro il respiro dell’operatore – il tuo respiro..
Eppure non basta: nella sua perfezione stilistica Pinocchio riesce persino ad annoiare e non bastano le splendide scenografie, le location tutte credibili e la galleria visionaria di animali antropomorfi al servizio della storia per renderlo un film riuscito.

Tutti conosciamo la storia del celebre burattino, e questo adattamento ne è forse il più fedele. Probabilmente la necessità di aderire all’originale ha determinato la frammentarietà ed il ritmo episodico del film.
Carlo Collodi inizialmente pubblicò l’opera a puntate su un periodico settimanale intenzionato a concludere il racconto dopo otto capitoli con la morte del burattino impiccato.
L’inaspettato successo dell’opera convinse l’autore a resuscitare Pinocchio e continuare la storia, a volte senza darsi pena della coerenza narrativa: la Fatina senza alcuna spiegazione dapprima è una bambina morta, poi è una fata bambina e poi una donna adulta, il Grillo coinquilino di Geppetto colpito a morte a martellate riappare a un punto altrove in vesti anche diverse..
Ma questa fedeltà all’originale risulta nel film una debolezza strutturale. ll risultato uccide ogni drammaturgia e dinamica evolutiva dei personaggi e le cose accadono senza il minimo nesso logico.

Veniamo ora al cast:
La Volpe di Massimo Ceccherini – che firma anche la sceneggiatura- è l’interpretazione migliore. Il rude, ma dall’animo gentile Mangiafuoco di Proietti, soffre della aderenza al testo di Collodi: la sensibilità del suo cuore e la strana abitudine allo starnuto risultano dei vezzi incomprensibili al pubblico viziato nella memoria dalla versione Disney, in cui ha l’onore di essere l’unico antagonista del film inserito nella linea ufficiale dei Cattivi, e nel film manca lo spazio per la comprensione. L’interpretazione minimalista di Benigni ci offre una versione molto credibile e profondamente umana di Geppetto. Marine Vatch, la Fata adulta è soltanto bellissima, Maria Pia Timo, la Lumaca, beneficia dell’abile lavoro del make-up designer due volte premio Oscar Mark Coulier, autore naturalmente anche della perfetta trasformazione del piccolo Federico Ielapi nel burattino di legno e delle magnifiche visionarie incarnazioni di Grillo, Gatto e Volpe, Corvo, Can-barbone Medoro, Civetta e i Conigli Neri. Tutti presenti e tutti fedeli ai disegni originali di Enrico Mazzanti primo illustratore del libro.

Il solo poco riuscito nel make-up è il tonno nel ventre del pesce cane, responsabile nel film anche dell’unica battuta divertente che non diverte: “Per un tonno è meglio morire sott’acqua che morire sott’olio”…

Sarà per via della maledizione di Pinocchio che ha fatto naufragare ben illustri precedenti, però, caro Matteo, hai dipinto bene una storia scritta male, e non è abbastanza.

Questa volta ti perdono, E’ NATALE, ma non farlo più.

con amore

Orsola

 

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