E abbiamo visto pure L’Odissea di Christopher Nolan, peraltro nel mezzo di una ricaduta d’insonnia così belluina e ostinata che la mia speranza era che mi prendesse un bel colpo di sonno e mi accompagnasse fino alla fine della visione.

Ahimè, così non è stato e ho dovuto subire tutta la sua lunghissima durata, percepita come una vera e propria via crucis sensoriale

Quanti fiumi d’inchiostro sono stati spesi per questo film prima della sua uscita? Infiniti. E su Facebook si sono magicamente palesati i fini conoscitori di Omero e altrettanto fini conoscitori della macchina hollywoodiana, che facevano a gara per illuminarci o, più prevedibilmente, per mettere in scena il balletto delle proprie specifiche idiosincrasie.

«Non c’è il rispetto storico di ambientazioni e costumi», «Nolan ha fatto scelte woke per il cast» e tutta la ridda delle solite tematiche che infiammano il web e che ci danno una motivazione in più per frequentarlo, piuttosto che farci sentire i saltimbanchi della chiacchiera oziosa che siamo. Me compresissimo! Ora, che da Hollywood si pretenda fedeltà storica e iconografica mi pare una ridicolezza non da poco: quando mai c’è stata? I suoi kolossal storici sono sempre stati messe in scena costruite con la sensibilità del tempo in cui sono stati girati e promotrici di messaggi che avevano più a che fare con la contemporaneità dell’anno produttivo che con il periodo storico di cui narravano.
Abbiamo una Elena di Troia di colore? Certamente. Ed è una scelta che risponde alle istanze della Hollywood di oggi e a ben precisi posizionamenti di mercato. Quando uscì Troy con Brad Pitt ci trovammo forse di fronte a un’accurata trasposizione dell’Iliade? Come no. Me lo ricordo ancora l’Achille di Brad Pitt che si allena con il “cugino” Patroclo. Peccato che Patroclo fosse l’amante di Achille.

Poco inclusivi, eh?

Erano lontani i tempi dello scandalo Harvey Weinstein, che mostrò una volta di più come Hollywood non fosse l’Eden dell’arte drammaturgica, ma un mare torbido di squali e squaletti cinici, ignavi e omertosi. Poi, a bubbone scoppiato, TAAAAC! Ecco che Hollywood cerca di sfuggire allo sputtanamento planetario rifacendosi il trucco con un po’ di moralismo d’accatto, aprendosi alle istanze inclusive e puntando il dito sulla scarsa rappresentatività delle minoranze. Temi di cui non gliene può fregare di meno sul piano etico; semmai una gigantesca distrazione di massa dal re produttore stupratore seriale accettato nel silenzio e, visto che i tempi e i fruitori cambiano, un posizionamento vantaggioso (o così percepito) per intercettare un pubblico più variegato. Mercato, mercato e ancora mercato.

E piange il cuore nel constatare quanti utili idioti del mondo culturale si siano fatti dettare la tabella di marcia delle tematiche progressiste proprio dalla cinica e ipocrita Hollywood. Evidentemente anche in quel mondo culturale è il mercato a farla da padrone e, quando assistiamo a un posizionamento identitario, nella stragrande maggioranza dei casi si tratta soltanto di un posizionamento mediatico interessato a un qualche ritorno in termini di facili consensi.

Ma non divaghiamo e ritorniamo alla nostra Odissea.

Alla fine è uno show cinematografico che neanche piscia troppo lontano dal vaso, se rapportato al mito omerico. Alla fine emerge l’Ulisse-uomo in mezzo a tensioni opposte che definiscono il mondo. Non sembra l’eroe di tanta narrazione americana che sfida forze più grandi di lui e plasma il mondo a propria immagine e somiglianza.
No, è effettivamente un uomo che si spoglia di sé stesso e comprende la legge universale che, per quel mito arcaico, è poi quella della ciclicità del tempo e dell’Eterno Ritorno. Da questo punto di vista a Nolan bisogna dirgli bravo, perché ha resistito alla tentazione di fare la solita solfa americanona (oh, alla fine Nolan è inglese e magari, anche per sbaglio, gli è rimasta addosso un po’ di sensibilità verso i miti fondativi europei).

Dove proprio non gli dico bravo è nella messa in scena dell’immaginario epico e fantastico.
Ma quello si era già capito dal materiale promozionale. Qui, davvero, una tragedia. Più che greca. Fai tutte le scelte visuali personali che vuoi. Come autore sentiti libero, in tutto e per tutto, di reimmaginare un’estetica, purché tu mi mostri un reale spessore immaginativo.

Purtroppo siamo al grado zero.

Nolan ha lo spessore visuale di un geometra, di un funzionario del catasto. Non ho mai visto una sequela di immagini più piatte, blande e scolorite di quelle scelte dal regista per questo film.

Se per una storia urbana il suo rigore formale può funzionare (come nella trilogia di Batman, la sua opera che preferisco, anche se ha preso Batman per fargli fare più James Bond che Batman, muovendolo in un mondo alla James Bond), in una narrazione che intende mettere in scena un altrove arcaico crea una vera e propria distesa desolata.

Nolan mi fa un po’ tenerezza: non è uno con la puzza sotto il naso e si vede che gli interessano davvero materiali eterogenei, financo pop. Allo stesso tempo, tutto ciò che è potenziale follia fantastica lo mette profondamente in imbarazzo. Per assurdo anche lui è una sorta di Ulisse cineasta in mezzo a forze che si oppongono.
È come se si dicesse: «Questa figurazione fantastica è molto figa, ma ora la spoglio di tutta la fantasia folle, la rendo grigia e impiegatizia, così da darle dignità attraverso una maggiore concretezza».
Eh, Nolan, non le dai concretezza e dignità. Semplicemente la fai appassire e poi la ammazzi.
Nolan, di fronte al fantastico e all’effettismo nobile che il fantastico richiede, fugge via. Scappa. Evita di mettere in scena oppure mette in scena in modo così fugace e impersonale da risultare incredibile, in senso negativo. Ha il terrore della paccottiglia finta, ma proprio questo terrore lo porta a mettere in scena o il nulla o lo sproposito grossolano.
Tutta l’avventura in nave di Ulisse è da dimenticare o da strapparsi gli occhi. Un po’ meglio il segmento con Polifemo, benedetto da un buon sound design. Poi Nolan si è fissato di fare il mostro a grandezza naturale, lo piazza davvero in una grotta, lo fotografa decentemente e, per forza di cose, qualche inquadratura suggestiva riesce a ottenerla, utilizzando poco ma bene il digitale per le espressioni facciali del mostro. Ma poi arrivano i Lestrigoni.

Oddio mio. Penso una delle sequenze fantastiche più orripilanti mai viste. Questi giocatori di rugby ben poco giganti, con armature improbabili e tutine di spandex grigio sotto, messi in scena con un senso del dinamismo distruttivo da far accapponare la pelle.
A seguire arriva la maga Circe e la trasformazione in maiali della ciurma: una roba che anche Lamberto Bava, ai tempi di Fantaghirò, avrebbe detto: «No ragazzi, così non funziona. Possiamo fare di meglio». E infatti Lamberto Bava ha un senso del fantastico che Nolan si sogna, e il regista nostrano operava con il nulla in termini di budget.
Poi ancora il viaggio nell’Ade: ambientazione e spazialità non pervenute, anime fantasmatiche messe in scena al minimo sindacale, idem per le Sirene.
Scilla e Cariddi, con Scilla che appare una manciata di secondi e pare un secchiello di Tender Crispy del KFC. Madonnina, volevo morire!
Ok, Nolan ha costruito una barca reale e ci ha messo davvero delle persone dentro, con le acque agitate. Ma è tutto così basico, freddo e scialbo che alla fine sembra la messa in scena di una fiction RAI con qualche soldo in più.

Non c’è niente, niente, niente che abbia un valore visionario e viscerale e davvero vorresti che si palesassero come per magia Sam Raimi, Peter Jackson, James Cameron, Guillermo del Toro e Hayao Miyazaki a redimerti da questa visione quaresimale. Ma Nolan, se non ti piace mettere in scena le creature, non fare film come L’Odissea.

Per dire, il maestro Ray Harryhausen creava mostri da Dio. Erano pupazzi in stop-motion ai quali donava tonnellate di personalità e proprio per questo non è che poi si dedicasse ai noir.
Un po’ meglio quando lo scenario si restringe e Nolan ha modo di parlare di intrighi di palazzo. Lì è più a suo agio e la narrazione si fa un tantino più interessante.

Il cast funziona, gli attori sono bravi e offrono buone prove. Tra l’altro mi fa piacere ritrovare il buon John Leguizamo, interprete che ho sempre apprezzato e che, secondo me, è stato purtroppo sottostimato nella sua carriera.

Per concludere, che dire? Non è stata un’esperienza piacevole e, piuttosto che rivedere il film, mi butto da un ponte.
L’operazione in sé, invece, è anche rispettabile e a Nolan l’ambizione va riconosciuta. Non è un sempliciotto che muove i personaggi senza senso drammaturgico. Capisco dove vuole andare e cosa vuole dire. Sarò sempre legato alla sua trilogia su Batman, ma purtroppo è un regista privo del senso del fantastico o, peggio ancora, dotato di un senso del fantastico che rischia di essere un’aberrazione, accompagnato da una delle estetiche più grigie che si possano immaginare.