Non si importunano i cani degli altri. È una regola non scritta del cinema moderno. Lo insegna John Wick. Lo insegna Butcher in The Boys. E adesso lo ribadisce anche Supergirl. Evidentemente Hollywood ha deciso che puoi sterminare pianeti interi, ma se tocchi il cane hai già scelto da che parte stare e devi subirne le conseguenze.
Supergirl è il secondo capitolo del nuovo DC Universe di James Gunn e Peter Safran e ha un compito tutt’altro che semplice: prendere un personaggio che il grande pubblico conosce quasi esclusivamente come “la cugina di Superman” e convincerci che possa reggere un film sulle proprie spalle. L’ho visto in inglese, fortunatamente, e soprattutto senza essermi fatto intossicare da trailer analizzati al fotogramma, video di YouTube da tre ore o discussioni infinite sulla fedeltà ai fumetti, pur avendo questo film nel DNA il fumetto “Supergirl: Woman of Tomorrow” di Tom King. Sarò brutale, ma ormai chi vive nei fumetti può tranquillamente continuare a viverci. Io giudico il film che vedo sullo schermo.
E quello che ho visto è… strano.

Più che un cinecomic è quasi un buddy cop fantascientifico, costruito per raccontare la trasformazione di Kara: una ragazza alcolizzata, strafottente, perennemente incazzata con l’universo perché la vita le ha presentato un conto che nessuno dovrebbe pagare, fino ad arrivare all’eroina con il costume classico che torna dal cugino (non è uno spoiler, lo sanno anche i bookmaker che alla fine “torna a casa Lassie” per proseguire la cumpa con il cugino sulla Terra. L’idea non è nemmeno male, anzi. Il problema è che il viaggio che dovrebbe portarci da un punto all’altro è sorprendentemente piatto.
Dal punto di vista visivo, invece, nulla da dire. Si vede che appartiene allo stesso universo del recente Superman, che avevo adorato. Colori, fotografia e atmosfera sono perfettamente coerenti, momenti slow-mo e capelli biondi irradiati dal sole giallo, inclusi. Solo Krypto continua ad avere quei cinque o sei momenti in cui il cervello smette di vedere un supercane e pensa semplicemente: “Ah sì… computer grafica”. Per il resto, il colpo d’occhio funziona.
Ed è proprio qui che nasce la mia delusione.
Perché il nuovo Superman mi aveva conquistato. Questo Supergirl, invece, non sono proprio riuscito a decifrarlo. Si regge quasi esclusivamente sulle spalle della protagonista, che è bravina nello stereotipo della alcolizzata distruttiva, e riesce a rendere credibile un viaggio personale verso “è bello però indossare il costumino rosso blu”.
E poi arriva Lobo.
Internet è impazzita. “Jason Momoa ruba la scena.” “Il miglior Lobo possibile.” “Ogni sua apparizione è oro.”
Mah.
Sarà che Lobo me lo porto nel DNA dopo aver divorato una quantità imbarazzante di suoi fumetti (lo so li dovrei rinnegare ho detto), ma a me non ha trasmesso praticamente nulla. Intendiamoci, se proprio bisogna scegliere un volto tra i vari Momoa, The Rock & Friends, probabilmente lui è la scelta migliore. Però Lobo, quello vero, per me è un’altra cosa. Qui l’ho trovato più parodia che memorabile.
E non è nemmeno un problema di sospensione dell’incredulità. Sono cresciuto con la cantina di Mos Eisley di Star Wars piena di alieni in gommapiuma che oggi vincerebbero il premio “miglior pupazzo del dopolavoro ferroviario”, quindi figurarsi se mi scandalizzo davanti a un universo popolato da creature improbabili. Il problema è che puoi mettermi davanti qualsiasi essere della galassia, ma poi devi raccontarmi una storia.
Qui la storia è il punto debole.
Il villain è inconsistente, senza carisma, senza peso, senza quel minimo di presenza che ti faccia pensare: “Ok, questo potrebbe davvero mettere in difficoltà l’eroe”. È finto come una banconota da sette euro e, una volta finito il film, fai persino fatica a ricordarti come si chiamasse.
L’unico momento che mi ha davvero acceso la lampadina, il mio personale momento “bing bong”, arriva nel finale. Non dico altro perché sarebbe un peccato rovinarlo, ma chi lo vedrà capirà esattamente a cosa mi riferisco. In quei pochi minuti c’è tutta la costruzione del personaggio che fa da trampolino ai prossimi film di Superman, ma forse sarebbero bastati 10 minuti all’inizio del prossimo film di Superman.

Alla fine, il voto è una sufficienza… con qualche meno meno meno meno meno.
È il classico film da guardare con un secchio di popcorn al caramello, senza aspettarsi la rivoluzione, consapevoli che serva soprattutto come ponte verso qualcosa di più grande. Voglio credere che sia un gap filler necessario per inserire un personaggio oggettivamente difficile nella nuova liturgia cinematografica della DC e preparare il terreno al prossimo Superman, dove Kara avrà quasi certamente un ruolo molto più interessante.
Vale la pena vederlo? Sì, se state seguendo il nuovo DC Universe e volete completare la collezione.
Vi resterà dentro?
Temo di no. Ho la sensazione che tra qualche mese ricorderete molto meglio il sapore dei popcorn al caramello che la trama del film.
P.S.: NON ha MID CREDIT e POST CREDIT scenes …. Vi potete alzare subito ed andare in bagno ed a bere ….

