A fine febbraio 2017 usciva nelle sale cinematografiche di tutto il mondo il film Get Out, un’opera che non è possibile etichettare facilmente in un genere ben definito e che trova la sua migliore definizione in “un horror politico”, la cui regia è stata affidata al suo stesso sceneggiatore: l’esordiente Jordan Peele, noto soprattutto grazie alle sue numerose partecipazioni in diverse serie tv. Un film che risultava piacevole, sicuramente meno banale di tante altre alternative che sono state proposte in sala contemporaneamente, ma tutto sommato niente per cui gridare al miracolo.

Un anno dopo invece, Get Out, spiazza tutti e vince il premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale.

Per meglio comprendere la potenza di quanto è successo, è necessario soffermarsi un secondo sulla pizza. No, non è un errore di battitura, parliamo della tonda prelibatezza al pomodoro e con basilico, che nutre miliardi di persone in tutto il mondo. Adesso, se pensate alla pizza, dovrete ammettere che la sua bontà è innegabile e che in una versione o in un’altra piace a tutti, che poi sia al taglio o che sia al piatto, comunque garantisce sempre uno stomaco felice. Se però voi doveste recarvi al pranzo di una cerimonia importante, una di quelle che richiede quantomeno la cravatta, il matrimonio a cui segue la tipica scorpacciata di portate di ogni sorta per esempio, come pensate reagireste se leggendo il menù comparisse la dicitura “Margherita dello Chef”?

Inusuale, decisamente atipico, vi lascerebbe incuriositi e forse persino perplessi. Però la pizza piace a tutti, quindi che fare?  Immagino che qualcuno penserebbe anche che tutto sommato oggigiorno se ne vedono tante e che una scelta del genere sembrerebbe strana ma alla fine molto pratica e comprensibile, in un matrimonio col giro di pizze in grado di accontentare tutti gli ospiti, si ha un minimo sforzo economico per un massimo rendimento di sazietà; perciò, una volta scansate velocemente perplessità tra un morso e l’altro, il pranzo scorre e la titubanza si trasforma ben presto in una piacevole sorpresa.

Leggere il nome di Get Out tra quelli dei vincitori a questa cerimonia degli Oscar, è stato un po’ come leggere un menù con caviale, ostriche e champagne, che sono state snobbate per una più pratica e sfiziosa pizza. In gara concorrevano ben più favoriti film, che comunque sono stati in grado di vincere una miriade di premi con le altre candidature, ma tutti scavalcati da uno ben più umile e di un genere (l’horror) che difficilmente è stato visto trionfare nel corso di tutti le edizioni in questa categoria.

Ma quali sono stati allora gli ingredienti che hanno concorso nella vittoria di questa opera?

Fondamentalmente uno solo: la semplicità. La trama ha saputo dar vita a un crescente clima di tensione, senza che effettivamente fossero presenti scene di azione o eventi paranormali inspiegabili, fornendo allo spettatore (almeno nelle prime battute del film)  scene non  più insolite di quelle che potrebbe vivere chiunque nella vita di tutti i giorni; parte  infatti come  la solita storia di un coppia in cui lui (Chris, nel film interpretato da Daniel Kaluuya), ragazzo afroamericano senza più i genitori, andrà a conoscere la famiglia di lei (Rose, il cui ruolo è stato affidato ad Allison Williams), ragazza benestante di una tipica famiglia “per bene”, andando poi pian piano a evolversi in un qualcosa di totalmente diverso , dove il crescente clima di disagio del protagonista andrà trasformandosi in una ben posta inquietudine che lo vedrà costretto a fare i conti con una situazione assurda, legata anche ai traumi del suo passato. La casa della famiglia di Rose, sarà infatti il luogo dove verranno pian piano mostrate le ambiguità e le ipocrisie tipiche di alcune zone d’America, in cui il povero Chris si scoprirà essere un “trofeo nero” per un gruppo di “ricconi bianchi”; il finale del film resta poi in linea con quanto visto prima e più che sembrare un avvincente epilogo, risulta essere una serie di constatazioni di cui lo spettatore deve fare atto.

Get Out scorre in quasi due ore giocando su un tipo di paura che si annida nella società moderna, sapendo raccontare con satira e intelligenza il razzismo e gli stereotipi legati ad una mentalità retrograda, creando un clima insolito per un film del genere ma ottenendo a pieni voti il suo obiettivo; è stato infatti in grado di ottenere l’effetto desiderato, senza l’uso di un cast stellare o una serie di tante location diverse nell’arco narrativo, limitandosi a l’uso di dialoghi densi ma semplici e ricchi di riferimenti.

Nel fare tutto ciò, Get Out non fa uso di colpi di scena sensazionali, gli stessi indizi che condurranno al finale sono sparsi in gran quantità lungo tutto il film e non sono difficili da cogliere per prevedere con largo anticipo la conclusione; non fa uso di troppi effetti speciali e non tenta di fare colpo utilizzando luoghi bui, realizzando la maggior parte delle scene in pieno giorno o comunque senza dover necessariamente usare i cliché delle stanze semioscure tipiche di questi film. La stessa presenza nel film di un personaggio comico (Rod, l’amico di Chris) in grado di smorzare  a tratti il clima di tensione del film come una specie di interruttore,  risulta anomala e sembrerebbe fuorviare il senso di inquietudine ed impotenza che si prova nell’assistere alle vicende del protagonista , ma è invece ben inserita nel contesto e fa da collante perfetto tra sequenze più o meno “paurose”.

In sintesi, nel film non c’è niente di complesso o particolarmente elaborato, ma nonostante ciò ha permesso di far riscoprire che dopotutto al cinema c’è ancora spazio per la semplicità di buone idee senza l’uso di troppi fronzoli intorno. A differenza degli altri film in gara (come The Shape of Water e Tre Manifesti a Ebbing, Missouri che non sono affatto banali, ma che anzi, avrebbero potuto vincere con eguale merito) il vantaggio di Get Out è stato quello di piacere a tutti, ottenendo persino un indice di gradimento del 99% su Rotten Tomatoes, senza dover puntare in grande, sotto le credenziali di un film piacevole senza grosse pretese.

La sua vittoria ha stupito tutti e ha fatto storcere il naso a molti, che non negando sia un film carino, non avrebbero mai creduto potesse battere altri concorrenti più affascinanti e acclamati; probabilmente la politica avrà avuto un ruolo anche al di fuori del film stesso, perché troppo spesso per convincere l’Accademy ad assegnare un premio ad un film piuttosto che ad un altro non basta la bellezza del film in sé per sé  solamente, ma sono necessarie molte strette di mano dietro le quinte che non è dato conoscere al grande pubblico; tuttavia con molta probabilità, è facile pensare che almeno per questa volta per i membri della giuria sia stato piacevole mettersi comodi, leggere il menù e decidere che in fondo in fondo, quella sera avevano proprio voglia di una semplice gustosa pizza.

Daniele Zenadocchio

Classe 1993. Lettore vorace con una fame insaziabile di fumetti e romanzi fantasy, crescendo scopre il tubo catodico e unisce alla potenza dei libri anche il piacere dei film e delle serie tv; curioso per natura e appassionato di musica,inevitabilmente si appassionerà poi al mondo nascosto del doppiaggio. Scarso conoscitore di videogames,a questi preferisce i giochi da tavolo, l'eterno D&D e gli intramontabili mattoncini LEGO. Il suo cuore batte e vive per una sola donna, la vera regina inglese: Angela Lansbury a.k.a. Signora in Giallo,l'ultima immortale Highlander a contendersi il potere dell'universo.

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