Non sono tra quelli che impazziscono per J.J. Abrams: le cose che ha prodotto in ambito televisivo raramente mi hanno coinvolto e/o interessato (ad esclusione della serie in corso “Fringe”, ma è ancora presto per tirare le somme), mentre le sue opere cinematografiche lo avevano fatto ancora meno.
C’è anche da dire che ho dei problemi a monte con il franchise di “Mission: Impossible” (mal sopporto i vari “James Bond”, figurarsi le sue stralunate imitazioni) e con quello di “Star Strek” (non sono mai riuscito a seguire la serie classica, quell’ambientazione costretta non mi titillava affatto, e così si è sviluppata la mia totale indisponenza per quel mondo. E vederne una nuova versione ai candelotti di adrenalina piuttosto che destarmi dal torpore ha spostato la mia irritazione oltre i livelli di guardia, anche a causa di quei personaggi “reboottati” del tutto detestabili), quindi se non fosse stato per la felice produzione di “Cloverfield” (diretta dall’amico di Abrams, Matt Reeves) avrei associato il nome di J.J. al movimento della mia testa che si gira dall’altra parte al solo sentirlo nominare.

Super 8 però aveva qualcosa di speciale già nell’idea: proporre una nuova avventura con ragazzini protagonisti nel puro stile di quelle gloriose degli anni ’80 (e mi riferisco a titoli indimenticabili quali “E.T.”, “Explorers”, “I Goonies”, “Scuola di mostri”, “Stand by me”), ed era pure bello che l’intenzione di Abrams fosse di omaggiare l’immaginario di un assoluto mito del cinema, lo zio Steven Spielberg che tanto ci ha fatto sognare con le sue fiabe e parabole contemporanee (e che chiaramente non si fa sfuggire l’occasione di produrre questa pellicola).
Chiamatela operazione nostalgia o come vi pare, resta il fatto che di fronte a progetti del genere le mie antenne automaticamente si drizzano.

Ovvio, la riuscita artistica non era affatto scontata (soprattutto considerando, come già detto, le precedenti prove registiche di Abrams), ma fortunatamente l’amore per quelle storie ha incantato il regista che di conseguenza ci ha regalato un piccolo, incantevole, film.
Super 8 riesce nella mirabile impresa di riportarmi ai giorni del gioco e delle grandi speranze prima dell’età adulta, ai giorni dei sogni a portata di mano, in cui un filmetto amatoriale girato con gli amici stringeva legami e complicità fortissime, e definiva in modo chiaro e completo certe determinanti vocazioni.
Mi riporta direttamente all’infanzia, ai passatempi all’aperto che l’immaginazione (e l’ispirazione fornita dai film di cui sopra) trasformava in avventure, in ricerche dello straordinario che se ne stava sempre annidato a due passi da casa tua. Mi riporta a quelle emozioni ormai lontane, che non fanno capolino da tanto tempo. Tipo da ieri insomma.

"Ti spiego una tecnica facile facile per fare soldi a palate..."

Ora, al di là dell’effetto che ha sui ricordi di alcuni di noi, il film è davvero riuscito. E’ divertente e toccante in egual misura, ci sono avventura, mistero e la giusta quantità di brividi. Senza dimenticare un po’ di acerbo romanticismo, che la timidezza della giovane età restituisce in modo tenero e delicato.
E’ una bella avventura, in cui il fantastico irrompe nella vita dei protagonisti e si trasforma in una catarsi per i lori conflitti, per le loro perdite, per i loro tormenti. La classica mano tesa che viene dal cielo.

Forse proprio per questo qualcuno troverà il finale un po’ troppo forzato, ma io che ho sempre prediletto quelle storie in cui i sentimenti più intimi si riflettono e trovano un’ideale percorso di compimento in un evento più grande, non posso che ritrovarmi gli occhi irrorati di liquido e ringraziare ancora una volta il cinema e la sua capacità di trasformare la realtà in un grande, mirabile, spettacolo. I giovani attori sono tutti coinvolti e spontanei, e riescono ad incarnare personaggi in cui credere e identificarsi.Menzione speciale per l’ottimo Kyle Chandler, volto del padre del giovane protagonista. Mi auguro di vederlo più spesso in ruoli come questo, belli e significativi. In fondo stiamo parlando del buon vecchio Gary Hobson di “Ultime dal cielo” (ovvero una serie deliziosa che omaggia un meraviglioso classico del cinema fantastico come “Avvenne Domani” di René Clair) e non possiamo che augurargli una fortunata carriera.

Due parole sul mostro? Se avete presente quello di “Cloverfield” forse proverete una neanche tanto leggera sensazione di déjà-vu. D’altra parte la mano un po’ ridondante di Neville Page (il disegnatore concettuale) è quella, quindi non possiamo aspettarci giganteschi miracoli, anche se il faccia a faccia tra la creatura e il protagonista esprime un senso di timore e malinconica dolcezza che prima d’ora avevamo visto soltanto negli occhi del Kong di Peter Jackson.

Fatevi un regalo e restate a guardare i titoli di coda, sono la vera e propria ciliegina sulla torta.

httpv://www.youtube.com/watch?v=tCRQQCKS7go

Il Borg nasce a Montevarchi (AR) nel 1983 la sua felice infanzia viene segnata da un precoce amore per il cinema e in particolare per i film horror, fantasy e fantascientifici. Alle elementari il Borg scopre i comics Marvel che, nel fanciullo, non tardarono a manifestarsi come nuove, eccezionali, forme di autismo. Diplomato alla Scuola di Comics di Firenze e illustratore freelance passa le sue giornate a guardare film di ogni genere, leggere fumetti di tutti i tipi e talvolta disegna mostri.

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