Siamo arrivati al settimo capitolo, il SETTIMO film della saga, in un panorama cinematografico dove certe saghe esalano l’ultimo respiro già al terzo film, il fatto che Scream sia ancora in grado di intrattenere è già di per sé un risultato degno di nota.
Eppure la strada che ha portato a questo capitolo è stata tutt’altro che lineare. Dopo la travagliata gestazione che avrebbe dovuto continuare la storia avviata con il quinto e il sesto capitolo (con protagoniste le sorelle Carpenter “cognome che omaggiava il grande regista”) è stato Kevin Williamson, sceneggiatore dell’originale del 1996, a prendere le redini della regia. Il risultato è un film che vuole essere allo stesso tempo un omaggio al capostipite e una lettera d’amore al cinema horror degli anni Ottanta/Novanta, con riferimenti a decine di pellicole iconiche di quegli anni d’oro.

Uno degli elementi più sorprendenti di questo capitolo è la fisicità brutale del nuovo Ghostface. La sua resilienza è quasi soprannaturale, paragonabile a quella di un Michael Myers dei vecchi tempi, il tipo di villain che incassa colpi, cade, e si rialza come se nulla fosse, con una determinazione che rasenta il sovrumano. È un Ghostface meno psicologico e più bestiale, che qualcuno apprezzerà e qualcun altro troverà eccessivo ma che senza dubbio restituisce al film una tensione fisica autentica. Alcune sequenze di inseguimento e alcuni  momenti di violenza sono tra i più efficaci e brutali dell’intera saga.

Il vero cuore del film è il ritorno di Neve Campbell nei panni di Sidney Prescott. Trent’anni di sopravvivenza l’hanno trasformata, non è più la ragazzina di Woodsboro in fuga da un killer, ma una madre, una donna costruita sulle cicatrici del passato, che ricorda a tratti la Sarah Connor del secondo Terminator, qualcuno a cui, semplicemente, non si devono pestare i piedi. La sua performance è carica di una determinazione che il personaggio non aveva mai avuto in modo così netto e la figlia sembra aver preso molto dalla madre, perchè la mela non cade mai troppo lontana dall’albero…. due generazioni a confronto che si passano il testimone.

Presente, ovviamente, anche la giornalista Gale Weathers (Courteney Cox) con “stagisti” al seguito, che torna con tutta la sua sfacciataggine e la sua ironia tagliente, un personaggio segnato degli eventi passati ma che il tempo non ha ammorbidito e che semmai ha reso più consapevole della propria invulnerabilità narrativa all’insegna del “No Gale=No Party”. Sta di fatto che la loro reunion sullo schermo funziona sempre.

Il film fa un tentativo interessante di inserire la tecnologia contemporanea nella formula classica di Scream, un aggiornamento quasi inevitabile considerato che sono trascorsi trent’anni dai fatti del primo film. L’idea è coraggiosa e molto attuale, ma non sempre viene sviluppata fino in fondo.
Detto questo, qualche forzatura c’è: un paio di scelte dei personaggi non stanno in piedi se ci pensi troppo, e il finale sembra un po’ affrettato. Evidentemente i numerosi cambi di sceneggiatura hanno lasciato qualche segno

Una menzione speciale va a McKenna Grace, bravissima attrice/cantante (la si può ascoltare durante la sigla finale “Twisting The Knife” assieme a Ice Nine Kills), che anche in questo film convince pienamente e ruba la scena ogni volta che appare. Il suo personaggio porta con sé anche una delle scelte estetiche più azzeccate del film: boccoli biondi perfetti, abbigliamento che strizza l’occhio a quelli di una generazione alla Britney Spears dei primi anni, il tipo di look che solo il cinema può restituire con quella perfezione un po’ irreale.
E non è solo lei a ricordare quell’epoca (gli anni ’90 del primo film per l’appunto) ma tutta la fotografia e la scenografia dagli ambienti suburbani alle atmosfere piu cupe, si passa dalle classiche ambientazioni come un teatro per la recita scolastica ad  un pub irlandese dove i personaggi si ritrovano barricati e che ricorda più un film di zombie che un horror slasher, in senso assolutamente positivo.

Scream 7 non è il migliore della saga, ma è ben lontano dall’essere il peggiore. È un film che intrattiene per quasi 2 ore, che ci fa viaggiare un po nel tempo e ci regala qualche sequenza davvero memorabile restituendo al centro della storia i personaggi che ne sono stati il cuore pulsante per trent’anni. Alla fine, nonostante tutto, funziona! Ghostface torna a fare paura, Red Right Hand risuona nei titoli, e Sidney Prescott è ancora lì, più dura di prima e decisamente non disposta a mollare.

Perché, se c’è una cosa che questa saga ci ha insegnato, è che gli anni passano inesorabili per tutti ma alcune storie non finiscono, si trasformano e si adattano all’epoca che le racconta, proprio come fa Ghostface!