Finalmente un film italiano che ci rende ottimisti sulla salute del nostro cinema.
Presentato in maggio a Cannes, distribuito in Italia da fine settembre con incassi piuttosto eccezionali per essere un film indipendente di un regista quasi sconosciuto, dal 9 gennaio è in streaming su Mubi.
Secondo lungometraggio di Francesco Sossai, trentaseienne nato nel bellunese e formatosi in Germania, vivido osservatore della quotidianità di provincia, fatta di mani poco raffinate con vistose manicure di fattura dozzinale e bar di provincia, il film strizza l’occhio a Il sorpasso di Risi mentre offre spunti di riflessione sull’immaginario, le trasformazioni urbane, la speculazione verticale e le menzogne dietro alle promesse degli splendidi anni 90, sempre con leggerezza ebbra e un pò di tenerezza.
Un film che non ha paura di giocare con le inquadrature sempre molto riuscite, anche quando sovvertono le convenzioni cinematografiche; la camera si sofferma su crudeli e bellissimi primi piani e dettagli impietosi, girato in pellicola, 16 e 35 mm, analogico come la vita dei protagonisti.
Carlobianchi e Doriano (gli efficacissimi Sergio Romano, credibilissimo, attore dalla solida carriera teatrale e Pierpaolo Capovilla, frontman dei One Dimensional Man e de Il Teatro degli Orrori, semplicemente perfetto) sono una coppia di ubriaconi professionisti e nullafacenti che spendono il loro tempo a bighellonare per la pianura veneta, o un’universale periferia urbana, alla ricerca costante dell’ultima bevuta e del segreto del mondo, conquistato e poi dimenticato.
Sembra l’ennesima riscrittura di Aspettando Godot: nei 98 gustosissimi minuti del film i nostri eroi, come Didi e Gogo, aspettano, sempre alla ricerca senza mai trovare, percorrendo in auto le vie di provincia.
Aspettano Genio, di ritorno dall’Argentina, dove era scappato prima della grande crisi del 2008 per sottrarsi alla giustizia per aver gestito insieme agli amici di sempre un giro d’affari illegale con gli scarti di produzione della fabbrica di occhiali per cui lavoravano.
Carlobianchi e Doriano entrano ed escono da bar sgangherati, bevono, assaggiano il cocktail di gamberi, che altro non è se non l ennesima icona degli anni 90, più gustosa nel ricordo che nell’assaggio, sfuggono l’alcool test seminando la polizia e, imbattendosi a Venezia in un gruppo di studenti goliardici, incontrano Giulio, timido e rigoroso studente di architettura che decidono di iniziare alla vita.
Dapprincipio riluttante, in una deriva notturna e diurna attraverso la pianura veneta, il giovane comincia a cedere alla pedagogia dell’esperienza allontanandosi dal proprio rigore e avvicinandosi sempre più a un’idea di libertà. Tutt’intorno un paesaggio che non conoscono e in cui nn si riconoscono, tra le Dolomiti e la laguna, un territorio, non più una terra, che è solo strada, stravolta dalle infrastrutture.

Continuando ad inseguire fantasmi di un radioso passato, alla ricerca di epiche trattorie che non esistono più, tra reminiscenze di lumache in umido, case chiuse a Villach, la Standa, gli UFO e l’ape cross, la storia si disvela tra flaschback surreali, dove l’immagine del timido Giulio si sovrappone a quella del giovane Genio in compagnia dei consueti Carlobianchi e Doriano.
In trattoria arriva la perla di saggezza: Carlobianchi – fuori registro – enuncia sull’ultima fetta di salame il principio dell’utilità marginale “la prima fetta di salame, quando attendiamo affamati al ristorate, dà un’immensa soddisfazione, e si è disposti a pagare anche 10 euro, la seconda ancora molto, ma un po’ meno, la terza diminuisce ulteriormente, finché non si arriva ad un punto di sazietà dove non c’e più interesse nel mangiarla. Questo principio in economia si chiama utilità marginale, un concetto che definisce la quantità di soddisfazione che fornisce ogni singola dose di un bene consumato.”

L’unico bene che sfugge alla legge dell’utilità marginale resta dunque l’ultima bevuta, poiché la sua capacità di produrre piacere, annullare il dolore, creare la felicità complessiva, è infinita e confonde le leggi del consumo divenendo uno stato dell’animo che svicola le aspettative del mercato.
E’ un film che parla di orizzonti che nn si riescono a scorgere, bisognerebbe elevarsi di almeno 85 cm per percepire il paesaggio, come la tomba Brion, edificata su un terrapieno rialzato; neppure un futuro è percepibile: una generazione di mezzo che ha affrontato la crisi del 2008 e ne è uscita disillusa e senza speranze, non può null’altro che procrastinare e sperare che con Genio ritornino i tempi buoni e la mitologia del nord.
“Siamo troppo vecchi per crescere”, così salutato il giovane Giulio ormai svezzato e in viaggio per la sua opportunità, consumano un gelato dal gusto amaro ma sul finale dolce. Proprio come questo film.

