A poche ore dall’esplosione dell’emergenza CoronaVirus mi è capitato, poco distante da un Duomo ora deserto, di assistere al reboot di The Grudge, uno dei brand horror più prolifici degli ultimi 20 anni di cui si contano già 4 prodotti giapponesi (Ju-On e Ju-On 2 per il piccolo schermo, Ju-On The Grudge e Ju-On The grudge 2 per il grande schermo) e tre pellicole americane, The Grudge 1, 2 e 3, la prima delle quali presenta come protagonista l’indimenticabile Buffy l’ammazzavampiri. L’ultimo reboot oggi presente nelle sale italiane (quelle del centro sud, al nord i cinema sono chiusi, come ben saprete) è il primo non diretto da Takashi Shimizu, uno dei più importanti mestieranti divenuto celebre in tutto il mondo durante l’epoca del J-horror, in Europa divenuto contagioso poco dopo l’epoca SARS. Rimane in cabina di produzione invece Takashige Ichise (anche stavolta accoppiato a Sam Raimi), protagonista assoluto della scena horror mondiale da 40 anni la cui pagina imdb è eloquente per tutti gli appassionati del genere.

A sostituire Shimizu è il giovane Nicolas Pesce il cui compito sembra quello di restituire al brand elementi un po’ annacquatisi durante l’attraversata del Pacifico quali mistero, atmosfere rarefatte, personaggi in difficoltà inseriti in un mondo parco di relazioni sociali ed (in parte) un utilizzo della suspence non lineare (fatto di shock improvvisi dopo momenti di sospensione). C’è riuscito? In parte sì, in primis non cedendo al bagno di sangue a cui spesso il genere oltreoceano si lascia andare.

Dal Giappone agli Stati Uniti, la maledizione della casa infestata dal rancore (generato da una morte violenta) non lascia scampo, ricorrendo al dogma del New horror ’70, introducendoci all’interno di un mondo in cui le relazioni più intime vengono messe in pericolo dagli imprevisti di una vita già terrificante di per sé (mamma e figlio, nuovamente il rapporto genitoriale a far da sottotesto, si trovano da soli a rispondere alla morte del padre avvenuta pochi mesi prima). Il passaggio da un continente all’altro, da una cultura all’altra, non impedisce la propagazione del virus agevolata dalla scarsa conoscenza di un fenomeno che oltreoceano trova giustificazione nella tradizione kaidan. Ciò che nel Giappone moderno viene dimenticato, ovvero la tradizione degli spettri sostituita dalla modernità iper razionale e tecnologizzata, produce effetti che si estendono ben al di fuori dei suoi confini sfruttando la velocità di spostamento dell’era contemporanea. Mettere in quarantena la casa è oggettivamente l’unico vaccino  efficace nell’immediato a cui solo la comunicazione e l’interconnessione delle esperienze può far giungere. In un mondo dove i passaggi Oriente/Occidente sono la normalità di una rete di esperienze e di relazioni commerciali globali è ovvio che un brand come The Grudge sia (e lo sia da 15 anni) ormai un fenomeno transnazionale, la maledizione non si può certo fermare attraverso un blocco aereo e non si può negare il ritorno a casa di compaesani solo perché questo potrebbe ipotizzare complicazioni. Difficile considerare Prato come un luogo potenzialmente più a rischio della bassa padana, o Tokyo un luogo meno sicuro di un paesino tipo Haddonfield, Illinois, che sembra aver offerto il proprio piano regolatore al paese in cui è ambientato quest’ultimo The Grudge.

Quindi, è una buona idea quella di rinfrescare il J-Horror per tornare a parlare di alienazione e di identità spettrali? Boh, ciò che mi convince di più del sottogenere è l’abilità nel creare mostri iconici che non si affidano alla semplice espressione di un potere distruttivo fuori portata. Gli spettri rancorosi di The Grudge nascono da un’ingiustizia e si presentano alle loro vittime in forme non sempre ripugnanti, con un’abilità innata di scavare nell’animo della vittima per far emergere le più nascoste pulsioni antisociali. Sembrano un virus in grado di insidiarsi in corpi sociali in difficoltà per deformarli e farli diventare la peggiore proiezione di sé. L’ineluttabilità dei finali (sarà così anche in questo caso? Se siete al nord fate prima a cercarvi uno streaming in lingua originale, presumo) è senz’altro l’aspetto più fatalista e regressivo dell’archetipo di cui stiamo parlando, perfetto nel denunciare le carenze relazionali e sociali, nel raffreddare l’ambiente, nel farci percepire più che vedere l’orrore ed altrettanto infallibile nel non fornire al tutto una via d’uscita anche solo potenziale (di sicuro, ormai l’abbiamo capito, non ci suggerisce certo di chiudersi all’interno del focolare domestico e nemmeno di comprendere fino in fondo le ragioni del carnefice spettrale).

A quanto pare, la via d’uscita dalla sala cinematografica per un pò di tempo non sarà per me un problema. Mi rimane almeno la soddisfazione di essermi divertito un tardo pomeriggio con i buoni e vecchi amici kaidan di un tempo nell’attesa che il panico e la stronzaggine da un lato e l’incoscienza ed il menefreghismo dal lato opposto non trasformino in un incubo questa realtà metropolitana spesso non troppo difforme dagli incipit da cui si sviluppano le storie di fantasmi giapponesi convertitesi all’horror. In particolare in questi giorni di strade vuote e quartieri desolati.

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