Era passato un mese senza significative svolte nell’indagine che, ovviamente, non era affidata ai due detective. Jackson si era alzato lievemente più tardi del solito: O’Maley lo aveva convinto a prendersi un giorno di permesso con lei. Uscì dalla doccia e si guardò allo specchio: il corpo, un tempo muscoloso, stava perdendo tonicità e dovette ammettere con sé stesso che, mentre si rimirava, stava trattenendo le pancia.
«Perlomeno i capelli sono al loro posto» pensò, consolandosi con l’epidemia di calvizie che aveva colpito i suoi coetanei. Si infilò una tuta da ginnastica grigia e calzò un paio di scarpe comode, bevve un caffè e si avviò verso la collina dove aveva appuntamento con la collega.
La donna era vestita altrettanto semplicemente: jeans ed una vecchia felpa colo vinaccia.
«Spero che ora mi spiegherai il motivo di questa improvvisata» disse Jackson a mo’ di saluto.
«Certo, ma penso sia più semplice fartelo vedere. Vieni!»
Camminarono per una decina di minuti finché giunsero ad una roccia su cui qualcuno aveva tracciato una freccia, rivolta a destra, con una bomboletta rosso vivo.
«Questo segno lo ho fatto io» disse O’Maley «ora hai voglia di prestarti ad un esperimento?»
«Spara!» rispose lui incuriosito.
«Bene! Vedi quella roccia che sporge dalla collina?» la donna indicò un piccolo sperone a cinquanta metri nella direzione della freccia «Vai laggiù, toccala, e torna indietro.»
«Ma che senso ha?»
«Ti prego, Jackson fidati. Fallo e basta!»
L’uomo si incamminò perplesso. Man mano che procedeva, però, il terreno gli pareva sempre più sdrucciolevole, quando fu ad una decina di metri dalla roccia la cosa gli parve pericolosa. Decise che non valeva la pena di rischiare l’osso del collo e girò sui tacchi.
«Perché non la hai toccata?» gli chiese O’Maley appena la raggiunse.
«Beh, il terreno era scosceso, era pericoloso.»
«Jackson sei stato nell’esercito, non mi starai dicendo che non riesci a stare in piedi sul ciglio di una collina?»
«No, ma…»
«Ti prego riprova, non te lo chiederei se non fosse importante.»
Jackson riprovò, e riprovò ancora, ed ancora. Al settimo tentativo non riusciva a capacitarsi di sé stesso. Ogni volta che si avvicinava allo sperone il suo cervello concepiva un motivo plausibilissimo per evitare di avvicinarsi e lui, obbediente, tornava indietro. Era arrivato a provare rabbia per la collega che lo costringeva a rischiare l’osso del collo per un capriccio, rabbia che si dissipava non appena si allontanava dalla roccia.
«Che assurdità è mai questa?» chiese infine esasperato.
«Ieri sera ho provato diciotto volte» rispose la donna «non sono riuscita a raggiungerlo.»
Lui si sedette ed estrasse una sigaretta dal pacchetto. Fumò in silenzio, lentamente.
«Come ci sei arrivata?» chiese infine.
O’Maley estrasse dalla tasca della felpa un foglio piegato, lo aprì e glielo passò. Era la fotocopia di una piantina topografica della collina, vi erano segnati parecchi punti rossi tranne un una zona a spicchio che era stata evidenziata con un pennarello blu.
«Sono i vari scavi archeologici» spiegò la donna «non sapevo che pesci pigliare ed allora, in questo mese, mi sono interessata alla presunta caverna sulla collina. Esaminando la pianta ho isolato questa zona ove, per qualche motivo, nessuno ha mai pensato di cercare e mi sono detta: “Hey, perché non darci un’occhiata?“ solo che non sono mai riuscita ad arrivarci. Pensavo di essere impazzita, almeno fino ad oggi. Ora o siamo pazzi entrambi oppure esiste “qualcosa” in grado di condizionare due uomini adulti, magari molti più di due.»
Jackson non rispose, in silenzio si riavviò verso la roccia. Provò altre tre volte.
«Mi sembra di essere in un fottuto episodio di “X files”!» disse con voce rotta dalla rabbia.
«Già!» confermò la donna «E, prima che tu me lo chieda: non ho nessuna spiegazione logica.»
«Sembrerebbe una specie di suggestione post ipnotica, come quelle che si vedono negli spettacoli di magia in TV!»
«Già, ma non mi spiego come si inneschi: dubito che qualcuno abbia ipnotizzato noi e tutti gli archeologi giunti prima. Alcuni erano pure europei.»
«Sara che cazzo sta succedendo?»
«Non lo so Jhon.»
O’Maley si sedette, stanca, sul terreno.

I giorni successivi passarono lenti e pigri, Jackson si era recato sulla collina per sette giorni consecutivi senza riuscire ad avvicinarsi alla roccia. O’Maley si era come isolata, aveva iniziato a leggere qualche testo esoterico (lui non ci aveva nemmeno provato) e qualche trattato sull’ipnosi senza riuscire a spiegarsi nulla.
A lui, invece erano servite due settimane; quattordici lunghissimi giorni in cui le sue convinzioni erano state messe a dura prova. Non aveva mi creduto nella magia ed era stato turbato nel profondo; fortunatamente, e lentamente, la sua razionalità prese il sopravvento.
«Il fatto che io non riesca a spiegarmelo» pensò «non significa che una spiegazione non esista. Al di la del “come“ e del “perché“, esiste una forza che, in quell’area, influenza il cervello umano. Non è nulla di visibile, come le onde radio e le radiazioni…»
Decise così di andare per tentativi. Non ne parlò con la collega ed ordinò su internet cuffia ed occhiali protettivi, quelli usati in radiologia con inserti di similpiombo. Arrivarono a casa sua in pochi giorni e decise che quella sera avrebbe verificato se la sua teoria era giusta.

L’estate stava finendo e Michael non era per nulla allegro. Era andato tutto bene, in modo meraviglioso, all’inizio. Con una scusa aveva portato Annalise nella tana, ovviamente la vista della Madre aveva sconvolto la fragile mente della ragazza e lui aveva avvertito il dolore psichico in modo quasi tangibile, una sensazione sottile, da intenditori.
Poi aveva fatto i suoi comodi, con calma, senza la fretta che aveva avuto con Emma. Era rimasta viva per ben tre giorni. L’appagamento che ne aveva ricavato era inoltre accentuato dalla consapevolezza che «la sbirra» stava letteralmente impazzendo per la scomparsa della parente. Fin qui tutto bene.
Poi aveva beccato l’uomo che, regolarmente, cercava di raggiungere la zona della tana. Ogni sera. Ogni fottuta sera.
Capì che i due detective aveano scoperto la barriera che la Madre aveva innalzato. La cosa lo preoccupava, ed aveva avuto ragione. L’uomo, Jackson, era riuscito ad entrare.
Lo avevano ritrovato il giorno dopo, balbettante ed incapace di articolar parola. Si era coperto la testa con una cuffia che, in qualche modo, lo proteggeva ed aveva trovato l’ingresso. Ovviamente quello che aveva visto lo aveva fatto letteralmente impazzire ed ora era in ospedale in stato catatonico. Ma ci era andato troppo vicino.
A peggiorar la situazione ci si era messa Carol. La donna era finalmente riuscita a trovarsi un compagno: Erik era un brav’uomo, non particolarmente bello, ma gentile. La cosa che stuzzicava l’ego della donna era che lui la adorava, le aveva già regalato uno smartwatch che, probabilmente, gli era costato un intero mensile del suo lavoro da operaio. Per Michael era un povero demente.
Stava ancora rimuginando sulla cosa quando (lupus in fabula) l’uomo entrò nella piccola cucina.
«Ciao Michael» esordì con la sua vocetta atona «volevo parlarti.»
Il ragazzo lo fissò, indossava una tuta da ginnastica verde bottiglia, presa in chissà quale saldo, ed era scalzo. Aveva appena finito di fare l’amore con Carol evidentemente, l’acqua della doccia stava correndo.
«Dimmi pure.»
«Beh, mi rendo conto di esser piombato nella tua vita all’improvviso, soprattutto dopo quello che ti è successo» alluse con la testa alla benda di Michael «ma volevo dirti che tengo davvero tanto a tua madre e che spero davvero che potremmo diventare amici.»
Il ragazzo lo fissò inespressivo. La relazione di Carol lo irritava più di quanto lui stesso volesse ammettere. Il Michael originale si era abituato ai boy-friend della madre ma a lui, per qualche oscuro motivo, la cosa dava fastidio.
Avrebbe voluto dire ad Erik che era semplicemente l’ultimo della lista, l’unico idiota che, a Rakete, non aveva ancora capito che tipo di donna era lei. Avrebbe voluto spiegargli che si era messo con la più grande puttana della città la quale lo avrebbe lasciato appena un pretendente più «macho» si fosse presentato alla porta, dopo avergli svuotato il conto in banca, ovviamente.
Meditò su come rispondere ma venne anticipato dall’entrata della stessa Carol. La donna aveva dato il meglio di sé e non in positivo. Sfoggiava una camicetta di acetato gialla con una gonna nera cortissima ed aderente da cui sporgeva il pizzo di un paio di autoreggenti nere abbinate (malissimo) a degli stivaletti bianchi. In faccia aveva, probabilmente, un intero vasetto di fondotinta con rossetto rosso e parecchi strati di ciglia finte. Michael si chiese come era riuscita a conciarsi così nel poco tempo che era trascorso da quando aveva sentito l’acqua chiudersi. L’idiota comunque stava praticamente sbavando.
«Erik, ma che aspetti!» disse lei con una dolcezza che non le apparteneva «Sbrigati a cambiarti, dobbiamo andare!»
L’uomo ubbidì, come lobotomizzato.
«È davvero dolce ma, a volte, è così tonto.» disse la donna sedendosi sulla sedia di fronte a Michael.
«Un po’ troppo » rispose lui acido «meriti di meglio.»
«E da quando sei così geloso?» Carol era davvero divertita.
La cosa lo turbò, in effetti la donna aveva ragione: cosa gli importava? Perché le relazioni di una donna così meschina lo turbavano?
Erik, nel frattempo, era uscito. Indossava jeans e camicia, aveva un bel fisico e non stava affatto male. Carol scattò in piedi.
«Non aspettarci alzato tesoro!» disse al ragazzo.
«Ciao Michael.» aggiunse l’uomo e la coppia uscì.
Le cose rischiavano di precipitare, doveva prendere delle precauzioni. Attese che la coppia si allontanasse, afferrò lo zaino e lo riempì con alcune vaschette a tenuta stagna prese dall’armadio; uscì.

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O’Maley stava fumando una sigaretta fuori dall’ospedale. Jackson non dava segni di ripresa, nei momenti in cui non era catatonico urlava frasi disconnesse.
I sui discorsi avevano a che fare con una «cosa» che doveva uscire dalla sua testa oppure andavano nel delirio più totale. La donna fece un sospiro, era cresciuta con favole di Leprecani e libri sul vodoo. Era stato Jackson ad insegnarle la razionalità sul lavoro. Mentre una lacrima le scorreva, lenta, sul viso O’Maley decise che era ora di fare un bel mix tra le due cose.
Sulla collina c’era «qualcosa» che aveva il potere di allontanare le persone, senza che queste se ne accorgessero. Jackson aveva aggirato questo «potere» usando la cuffietta di piombo che gli avevano trovato in testa, ma quando era giunto a contatto diretto con la «cosa» la protezione si era rivelata insufficiente. Però c’era anche un altro fatto, qualcosa che aveva scoperto lei e che non aveva fatto in tempo a comunicare al collega: Michael Tatcher andava e veniva a suo piacimento dalla zona che, per loro, era inaccessibile.

Michael uscì dallo stretto cunicolo meditando sul da farsi: la situazione era peggiore di quel che pensava, aveva pochissimo tempo ed, inoltre, col suo ultimo atto la aveva ulteriormente peggiorata. Doveva prendere una risoluzione radicale ma non osava. Forse la fuga poteva essere una valida alternativa. Camminava velocemente preso dai suoi pensieri.
Uno scatto metallico lo fece sobbalzare. Si girò. Davanti a lui stava la O’Maley con la pistola spianata. Ferma.
«Che sta facendo?» urlò il ragazzo, la sua mente lavorava frenetica.
La donna si avvicinò in silenzio tenendolo sotto tiro. Michael si riprese, capì che tergiversare non avrebbe avuto nessuna efficacia. Inoltre era tardi e difficilmente avrebbe trovato aiuto in quella zona.
«Ha intenzione di spararmi?» chiese con un mezzo sorriso.
«Potrei farlo» disse fredda lei «Ho perso una cugina ed il mio collega è ridotto ad un vegetale.»
«Ma, se mi uccide, perderà le sue risposte!»
«Allora vedi di essere convincente ragazzo!»
Michael valutò la possibilità di ingannarla ma aveva già commesso una volta l’errore di sottovalutare la donna ed il suo collega. L’ideale sarebbe stato raccontarle una parte della verità per raggiungere i suoi scopi. Però stava mettendo la sua vita nelle mani della donna. Improvvisamente notò la cosa: si muoveva, lentamente ma si muoveva. Doveva rischiare.
«Potrei facilmente farle superare la barriera» disse alla detective «ma nemmeno io potrei evitarle la sorte toccata al suo collega!»
La donna strinse la pistola, Michael si costrinse a non badarci.
«Ora mi ascolti» continuò «mi tenga sotto tiro ma per spiegarmi ho bisogno di un coltello, lo tirerò fuori dal mio zaino, è un coltellino svizzero non funzionerebbe come arma da lancio.»
La donna pensò un attimo.
«Ok, ma muoviti lentamente.»
Michael obbedì ma non c’era molto tempo.
«Ora mi muoverò, mi tenga sotto tiro, non mi avvicinerò a lei.»
Oltrepassò lentamente la detective che lo seguì con la canna, trovò quello che cercava e, con un colpo secco, lo infilzò.
O’Maley sobbalzò quando il ragazzo alzò la lama da cui pendeva, trafitto, un essere simile ad una grossa lumaca.
Il ragazzo lo espose in modo che lei potesse vederlo, era grosso e viscido, con due occhietti bianchi che si stavano spegnendo, un aculeo gocciolante di uno strano umore fuoriusciva da quella che sembrava la coda.
«La tana nascosta nella collina è piena di queste creature» disse Michael «sono molto curiose vero? E sono pure intelligenti, non si direbbe date le loro dimensioni. Hanno una particolarità: trafiggendo una terminazione nervosa col loro pungiglione sono in grado di riprogrammare il cervello umano come accade con un computer. Il pratica la loro personalità viene “trascritta” nel soggetto colpito, mentre quella di quest’ultimo passa nel loro corpo. In effetti il secondo passaggio ha poco senso e nessuna utilità ma l’evoluzione agisce per vie misteriose.» il ragazzo sorrideva.
La donna era coraggiosa e ben addestrata. Si era ripresa anche se era considerevolmente impallidita.

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«Ammesso che ti creda dove vuoi arrivare?» disse.
«Con calma» rispose Michael «Il bersaglio di questo essere (agitò il coltello da cui pendeva il mollusco) era lei, detective. Se io non lo avessi ucciso la avrebbe presa alle spalle ed ora starebbe guardando il mondo da un corpo molto meno attraente del suo. Che le piaccia o no mi deve la vita, però non intendo puntare su questo.
Ecco le mie condizioni. Uno: voglio che lei mi lasci andare via, vivo. Due: non le parlerò di nessun atto da me commesso, le spiegherò la minaccia che correte lei, il suo collega e la sua città; su questo punto le darò ogni spiegazione ma non parlerò delle mie colpe. Non mi guardi così: le colpe ci sono e non sono così stupido da provare ad ingannarla, ma non ne voglio parlare. Tre: dopo che mi avrà lasciato andare voglio quarantotto ore prima che lei proceda a qualsiasi atto contro di me. Queste sono condizioni insindacabili, o le accetta senza ricorso oppure mi spari. Ora. Non tratterò.»
O’Maley ci pensò un po’, erano concessioni decisamente oltre ogni etica professionale. Lei però non aveva la rigidità morale di Jackson.
«Accettate! Ora vai avanti!» disse, abbassando lievemente l’arma.
Michael si sedette su una pietra lì vicino. Buttò la creatura tra lui e la detective, l’essere si stava contorcendo negli ultimi spasmi dell’agonia. La donna sentì lo stomaco protestare.
«Come forse lei avrà intuito» iniziò il ragazzo «io ero, anzi sono una di queste creature. Il povero Michael mi raccolse proprio su questa collina.
Vede, la nostra è una struttura ad alveare con diversi ruoli, io ero un “esploratore“ (mi consenta di usare nomi di fantasia) proprio come l’esemplare che le sta morendo davanti. Siamo meno robusti ed, al contrario dei nostri fratelli, riusciamo a scambiarci con altre specie solo una singola volta. Non che, tendenzialmente, la nostra razza abbisogni di scambi multipli, è solo un fattore dovuto alla robustezza dell’esemplare. In compenso noi ci sviluppiamo prima degli altri e quindi possiamo impadronirci di qualche ospite con un buon anticipo rispetto al grosso della “covata“.
Il buon Michael mi trovò non lontano da qui, un colpo di fortuna perché ero già moribondo: visto che non siamo in grado di nutrirci la nostra vita allo stato larvale è assai limitata. Mi chiedo che fine abbia fatto quando, dopo lo scambio, lo scaraventai dalla finestra.»
La detective stava lottando con la sua razionalità eppure l’essere, che aveva smesso di contorcersi, era lì, fisico ed ineluttabile. Si ricordò di quando Jackson le aveva raccontato un’esperienza con un criminale psicopatico: «Non devi razionalizzare» le diceva «entra nelle sue logiche, accettale.» Decise di provarci.
Guardò il ragazzo seduto e chiese:
«Ma se, questa cosa» indicò l’essere «fa parte della tua specie perché mai non hai lasciato che si impossessasse di me. Avresti potuto eliminarmi ed in più avere un valido alleato?»
«Domanda interessante e lecita, i miei complimenti agente!» rispose lui «Vede, essendo i primi a nascere noi esploratori abbiamo un compito: dobbiamo difendere e controllare la madre nel problematico periodo prima del parto.»
«Cos’è “la madre”?»
«Sì, ci sto arrivando: la madre è la creatura che ci partorisce. Siamo una razza antica, e ci siamo evoluti come voi. Conserviamo una sorta di memoria collettiva, oltre a quella individuale. La madre partorisce una generazione e solo una, poco più di un centinaio d’esemplari tra cui una larva che diventerà la nuova madre.
Al contrario di noi lei non ha la capacità di scambiare la memoria ma, come avrà notato, compensa la cosa con delle doti psichiche piuttosto letali. Inoltre, ovviamente, ha la capacità di nutrirsi. Consuma piccoli animali che attira nella tana. A tal proposito la porta, soprattutto al momento del parto, deve rimanere aperta e sorvegliata, ed è questo il compito di noi prematuri.
Quindi, per rispondere alla sua domanda, il mio (come posso chiamarlo?) “piccolo hobby” ha decisamente attirato l’attenzione sulla covata e lei, detective, ne è la prova. Capisce ora? Alla madre risulto sgradito e quindi non avrei trovato un alleato ma un individuo deciso ad eliminarmi, in un corpo di una poliziotta armata, per di più.»
«E quale sarebbe il vostro scopo?» chiese O’Maley.
«Scopo? Ma semplicemente sopravvivere come ogni specie. Nessun “piano di conquista“ se immaginava qualcosa del genere. Usiamo i vostri corpi per poterci nutrire e muovere, nulla di più. Ognuno di noi, salvo un paio di esemplari che hanno il compito di accudire la nuova madre, vive la sua vita come meglio crede. Alcuni muoiono, altri metton su famiglia…»
«Ed altri diventano assassini!»
«Esatto, ma è più raro di quello che crede. Anz, per quel che ne so sono l’unico.» il ragazzo sorrideva.
«Però a lungo andare finirete per sostituirci.»
«No detective, una madre impiega quasi un secolo per raggiungere l’età adulta. Inoltre penso che ne saranno rimaste meno di una decina al mondo. Non siamo una razza “vincente“ come voi purtroppo. Meno di mille individui sostituiti ogni cento anni, su sette miliardi di esseri umani.»
«Quando nasceranno?«
«La covata si schiuderà in due o tre giorni. Se agisce presto potrebbe salvare la vita ad un centinaio di suoi concittadini.»
La razionalità di O’Maley era stata messa a dura prova, ringraziò in cuor suo gli insegnamenti di Jackson e le sue origini irlandesi per non aver perso il senno. Ora aveva i fatti, per quanto incredibili fossero.
«La madre non potrebbe ucciderci qui ed ora?» chiese al ragazzo.
«No, le abilità psichiche si sono specializzate nei secoli. Può creare una barriera per rendersi invisibile sfruttando le onde cerebrali, come lei ha già sperimentato, ma per agire direttamente su un individuo le serve una distanza molto minore, circa il contatto visivo.»
«Quanto è profonda la tana?»
«Un centinaio di metri, poi il cunicolo si allarga nella “culla“ vera e propria dove vive la madre.»
Ora la detective aveva tutte le informazioni che le servivano. Rimaneva il ragazzo. Stava per dare quarantotto ore di vantaggio ad un assassino spietato. A quello che aveva probabilmente ucciso sua nipote. Strinse la pistola; aveva dato la sua parola.
«Vattene ora!» disse a Michael «Ricorda: hai quarantotto ore!»
Il ragazzo non disse più nulla, fece un sorriso storto, raccolse il suo zaino e se ne andò in fretta.
«Ben più di quarantotto ore.» pensò O’Maley. In realtà non aveva alcuna prova contro Michael, anche se lui aveva praticamente ammesso di essere colpevole. Avrebbe solo potuto avviare un’indagine ed anche per fare quello avrebbe faticato parecchio.
Si girò e fissò il corpo, ormai senza vita, dell’essere. Ora aveva problemi più urgenti. Raccolse una grossa pietra e la lasciò cadere sulla creatura.

Carol controllò il trucco nello specchio del bagno, la serata era andata benissimo, almeno dal suo punto di vista. Ripensò al cameriere del ristorante ed a come la aveva guardata. Erik non aveva gradito molto ma era bravo a non andare in escandescenza. L’uomo ideale per lei, peccato non fosse ricco. Sorrise alla sua immagine, ora avrebbe dovuto consolare un po’ l’amante ma non era un compito del tutto spiacevole.
Uscì dal bagno e raggiunse la cucina, le mancò il fiato e le gambe non la ressero. Non riuscì nemmeno ad urlare.
Erik era riverso a terra in una pozza di sangue e Michael stava tranquillamente seduto a tavola, con le gambe accavallate.
«Era uno sfigato.» disse semplicemente il ragazzo e poi si avvicinò e la sollevò delicatamente. Le porse una sedia su cui la donna crollò.
«Lo… Lo hai…» Carol era sotto shock.
«Lo ho ucciso mamma» Michael calcò sull’ultima parola «ora però dobbiamo parlare.»
Si sedette a cavalcioni di una sedia davanti a lei.
«Io devo andarmene e non credo che tornerò mai più in questa città cara mammina, però stavo pensando di portarti con me. Certo all’inizio sarà un po’ dura ma insieme potremmo cavarcela, ho un paio di idee per racimolare un bel po’ di soldi e, credimi, potremmo fare una vita veramente stupenda. Non questa parodia!»
«Lo hai ucciso!» ripeté la donna.
«Certo! Non fingere che ti dispiaccia poi così tanto, suvvia. Meriti di meglio!»
«Tu non sei Michael.»
Il ragazzo la fissò.
«Cos’hai detto?» chiese.
Carol divenne di colpo seria:
«Tu non sei Michael!»
Lui la guardò tra il sorpreso e l’incuriosito.
«Continui a stupirmi Carol, sei una persona molto più interessante di quel che tu stessa credi. Non meriti di vivere in questo squallore!»
«Dov’è mio figlio!» urlò la donna.
«Morto pure lui.» rispose freddamente il ragazzo.
Carol sembrava in trance, scandiva le parole con una freddezza quasi inumana.
«Lo hai ucciso tu!» non era una domanda.
«Potremmo dire di sì.» la calma di Michael iniziava a vacillare «Ma in fondo di che parliamo? Di un ragazzino sfigato frutto di una relazione extraconiugale.»
La donna stava piangendo, lacrime silenziose. Lui la fissò, non era deluso. Aveva sempre saputo che la complessità di Carol era meravigliosa anche se ben nascosta dietro la sua frivolezza.
Eccola lì, col cadavere dell’amante steso a terra che si chiedeva che fine abbia fatto il suo amato figlio, senza farsi turbare dal fatto di star parlando con la creatura che lo stava impersonando. Accettava le cose più incredibili concentrandosi solo e soltanto su quello che le importava.
Comprese però che non avrebbe potuto portarla con sé; non sapeva esattamente cosa fare. Sorprendentemente fu il suo stesso corpo, il corpo di Michael, che gli fornì la soluzione. Sorrise.

O’Maley aveva guidato per tre ore, era quasi l’alba ed era decisamente distrutta quando Brandon gli apri la porta del suo scalcinato appartamento.
L’uomo era, al solito, in uno stato pietoso e l’odore di whisky era quasi insopportabile.
«Sara?» disse con voce impastata «Ma che cazz…»
«Ho bisogno di un favore Bran!» tagliò corto lei « Mi devi la libertà, te lo ricordi?»
«Certo che me lo ricordo! Ma hai visto che ore sono?»
«Ho una fretta dannata, un altro giorno al massimo!»
«Cazzo Sara… Cosa ti serve di così urgente?»
«Una bomba!»

Era passato un mese, Rakete si stava lentamente riprendendo dalla terribile esplosione che le aveva sventrato la collina. Le ipotesi erano varie ma, perlopiù, si pensava ad un ordigno inesploso risalente alla seconda guerra mondiale. Forse più d’uno.
Fu un vero miracolo che gli edifici nelle vicinanze non avessero subito molti danni: escludendo qualche vetro rotto ed un po’ di intonaco saltato, praticamente nulla.
Molto lentamente la macchina burocratica si era messa in moto per ripristinare e, secondo molti, edificare anche l’ultimo posto «selvaggio» della città. Gli artificieri non erano riusciti a risalire alle cause dell’esplosione ma avevano ormai bonificato la zona. Non sembravano esserci altri rischi.
Quella mattina l’agente O’Maley si era recata nel reparto psichiatria del piccolo ospedale della città. Si accostò al letto della donna.
«Come stai Carol?» chiese.
La madre di Michael alzò due occhi spenti che, subito, ripresero violentemente vita.
«Lei? Ascolti… Mi deve…» iniziò quasi con furia.
La detective la bloccò con un gesto severo.
«Ascoltami tu, e fidati Carol, non ci sta sentendo nessuno, lo so che non sei pazza e che non stai mentendo: non era Michael quello!»
Gli occhi della donna si rigarono di lacrime:
«Tu mi credi? Lo sai che nessuno mi ha creduto fin’ora? Pensano sia stato lo shock.»
«Ed è meglio che continuino a pensarlo, io ti dirò quello che posso.»
Le due donne parlarono a lungo.
«Capito ora?» chiese O’Maley «Nessuno crederebbe ad una storia come questa!»
«Io sì!» disse semplicemente Carol.
Ci fu un momento di silenzio.
«Grazie.» aggiunse poi.
«Ora però dovrai fingere, se vorrai uscire di qui!» riprese la detective.
«Ho capito» annuì Carol «mio figlio è impazzito ed ha fatto quello che ha fatto. A me basta che qualcuno mi creda e sappia la verità.»
Rifletté un attimo.
«Anche a Michael, penso, basterebbe.»
O’Maley uscì dalla stanza, si fermò un minuto per raccogliere le idee e poi si diresse verso un altro reparto.
L’uomo stava diritto, appoggiato al davanzale, nonostante il pigiama sembrava pronto per essere dimesso.
«Ti trovo bene bestione!» disse la detective entrando.
Jackson le sorrise.
«A parte questo cazzo di buco di memoria direi che sto benissimo!»
«Credo che tu debba la vita a quel “buco di memoria” sai?»
L’uomo fece silenzio per qualche secondo.
«È più forte di me: continuo a cercare di ricordare.»
«Non sono uno strizzacervelli» rispose O’Maley «ma penso sia normale visto che hai subito un’emozione fortissima. Ti sei salvato soltanto grazie alla tua protezione ed al fatto che hai battuto la testa.»
«Questo lo so.» ammise lui «Cosa dice la donna?»
«Fermo restando che, a parer mio, avrebbe bisogno di uno psicologo solo per come ha reagito, ha accettato di confermare la versione ufficiale.»
«Adesso mi incuriosisci: come ha reagito?»
«Cristo Jackson, le sembrava ovvio! Quello non era suo figlio, io le credevo e tutto il resto andava bene!»
L’uomo riflette per qualche secondo.
«Non so bene come» disse lentamente «ma ho la sensazione che sia stato questo suo essere, come dire… particolare che le ha salvato la vita.»
«Sì» confermò la collega «capisco cosa intendi.»
«Anch’io ho qualche novità.» Jackson prese lo smartphone dal davanzale «un collega della capitale ha risposto alla mia “catena di S. Antonio”. Sembra che un cadavere che corrisponde alla descrizione di Michael sia stato trovato in uno scantinato in avanzato stato di decomposizione.»
«Cosa?» si stupì O’Maley «È sicuro che sia lui?»
«I ratti hanno fatto un bel lavoro ed il corpo è quasi irriconoscibile, ma i vestiti erano i suoi ed aveva un occhio di vetro, nessun documento.»
«Tu cosa ne pensi?»
«Il palazzo è normalmente frequentato da prostitute, potrebbe aver cercato lì una vittima. Però questa volta lei potrebbe aver reagito, oppure è intervenuto un protettore.»
Ci fu un nuovo momento di silenzio. Fu la donna a romperlo:
«Mi ha detto che alcuni di quegli esseri possono effettuare lo scambio più volte, quella sera sulla collina aveva il suo fottuto zaino! Mi sono comportata come una principiante!»
«Ti sei comportata in maniera esemplare, sia allora che in seguito.» disse Jackson. Non la stava rincuorando, esponeva semplicemente quelli che per lui erano fatti.
«Lo abbiamo perso vero?»
L’uomo rifletté.
«Se ha cambiato completamente aspetto, credo di sì. Anche se commettesse nuovi delitti non aveva un modus operandi che lo possa identificare. Sarebbero soltanto dei crimini violenti persi tra le migliaia di casi simili.»
Nuovo silenzio.
«Non credo che la mia vita potrà essere più la stessa ora.» disse lei.
«Domai mi fanno uscire» rispose lui «saremmo in due ad affrontare la cosa, se ti va…»
Lei sorrise.

La donna era seduta ad un tavolino sulla veranda del bar Posò il suo drink e si guardò riflessa nella vetrata.
«Niente male» pensò.
Posò delicatamente le dita sulla gamba avvolta negli stretti collant e ne ricavò la stessa piacevole sensazione. Il mondo ora era suo, ed era bello guardarlo con entrambi gli occhi.

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