Se c’è una storia adatta a diventare una serie TV horror coi contro attributi è proprio IT: una città in cui le relazioni sociali e familiari sono in crisi, un gruppo di ragazzi che cerca di sopravvivere nonostante cresca in un contesto umanamente misero,  un ambiente rurale imponente che attrae e minaccia gli abitanti del luogo, un cattivo che si nutre delle ombre e delle paure proiettate dalla cittadina Derry. Questo è IT, quanto meno è IT scritto da Stephen King, un classico dell’horror che fa dell’atmosfera e del perturbare i suoi punti di forza, un prodotto talmente elaborato dalla trama talmente profonda che par nato per la serialità.

L’industria ha però pensato bene, dopo la discussa miniserie televisiva del 1990, di passare al grande schermo con un film il cui primo capitolo (in sala due anni fa) ci ha proposto varie zone d’ombra (nel senso di punti non molto convincenti) ma nel complesso ci ha mostrato un prodotto godibile in cui gli elementi caratterizzanti del prodotto di King compaiono. Forse in maniera poco approfondita, forse facendosi da parte per lasciare spazio allo spettacolo scopico della CGI e dello shock visivo.

Grandi attese di conseguenza ha destato il secondo capitolo che, secondo me, si è dimostrato un’occasione sprecata. A Derry 27 anni dopo il buon Muschietti accantona tutto ciò che di buono s’è visto nel primo ed amplifica la debolezza intrinseca del progetto, ovvero realizzare uno splatter su un soggetto originariamente più tendente all’horror vacui, per carità con punti di congiunzione col gore ma circoscritti. E così Pennywise insegue da subito i fu giovani protagonisti nel solito videogame fatto di trabocchetti, effetti speciali roboanti ed un immaginario che da perturbante diventa definitivamente repellente, aracnomorfico e sudicio e, purtroppo, troppo scontato. Il problema non è tanto di tipo formale, per carità, il ripugnante sul grande schermo è spesso apprezzabilissimo (soprattutto quando riesce ad indignare i puristi ed i benpensanti di ritorno) quanto di tipo contenutistico, con gli aspetti sociali, l’approfondimento del concetto di paura e l’annichilimento della dialettica attrazione/repulsione ben poco sviluppati nella trama (anche la visione dell’orribile non è niente che non si sia mai visto). Ottimo farsi togliere il fiato dalla suspense e balzare dalla sedia ad ogni emersione del mostro, ma perché scomodare l’enigmatico Pennywise fargli fare l’Enigmista? Oltretutto, più Pennywise diventa materiale (anzi, materico), meno fa breccia nello spettatore il suo portato ansiolitico e spettrale, più lo si vede e meno spaventa. Ad onor del vero un tentativo di creare una dialettica con la repulsione c’è stato: amplificando il tono da commedia in diversi punti, in particolare nei dialoghi fra i protagonisti (anche Pennywise poteva avere un potenziale comico sfruttabile ma non è stato minimamente sviluppato).

Quindi è il caso ora di fare due considerazioni sui personaggi coinvolti nella vicenda. Il primo capitolo pone nettamente al centro le figure di Bill e Beverly, penso non ci sia dubbio. Ci si aspetta che anche nel sequel la gerarchia venga confermata ed invece emergono sino a divenire protagonisti i due caratteri (non a caso) più prossimi alla commedia già lanciati dall’ottima interpretazione del primo capitolo: Richie e Eddie. Del club dei perdenti sono coloro che più han dato lustro all’etichetta durante la loro esistenza, godono di un’interpretazione che in particolare riguardo all’espressione facciale è superiore rispetto al resto del gruppo e vengono valorizzati anche nel climax. Sono coloro che portano maggiore acqua al lato comico del film, forse l’unico strumento utile a controbilanciare l’orrore. Lo sviluppo di Billy e Beverly non è invece all’altezza mentre “l’ultimo arrivato” e Mike virano anch’essi rispetto al carattere del capitolo 1 ma non riescono a creare troppa empatia nel ridisegno del loro ruolo. Forse Eddie e Richie han reso godibile l’intero film? Non esageriamo…

 

Ovviamente tutti correrete in sala a vedere “IT – Chapter 2”, ci mancherebbe: vi suggeriamo di andarci pensando di andare a vedere non IT ma un altro film. Che ne so, “Gigi”, oppure “Maicol”…..oppure ”Penny il pagliaccio assassino”

Postilla (siamo ai limiti dello spoiler)

E’ sembrato, quanto meno all’inizio, che “il finale” fosse un tema importante in questo progetto, associato a Bill ed al suo lavoro di scrittore, quasi a suggerire una proposta innovativa: in realtà il finale è la solita scena d’azione e distruzione lunga 40 minuti stile Avengers Endgame (pensavo fosse l’ultima di quel tipo, talmente ha strabordato) con continui presunti finali e colpi di scena. Poi si scopre lo strumento per avere la meglio (in questo caso forse il momento peggiore dell’intero film e via di (quasi) happy ending. Videogame al quadrato!

 

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