Questo film è bello, ma non straordinario.
Mica è poco, sia chiaro, solo che bisogna necessariamente fare un rapporto con i giudizi fin troppo roboanti che ha ricevuto.
Più che il secondo sequel di Captain America pare il terzo capitolo degli Avengers (e, in fin dei conti, il migliore), nonostante il molto spazio dato alle vicende di Winter Soldier.
Sicuramente tra i prodotti più felici usciti dalla scuderia dei Marvel Studios, ma piuttosto lontano dal livello di Captain America: The Winter Soldier e de I Guardiani della Galassia.
Questi due titoli, a mio modestissimo avviso, restano ancora insuperati.
Captain America: Civil War è un’opera corale, ambiziosa e scritta in modo senza dubbio accorto, attentissima nel dare ad ognuno dei suoi numerosi personaggi un momento significativo e interessante. Si percepisce il lavoro che ci sta dietro e, inutile nasconderlo, di aiuto sono state anche le tante pellicole precedenti che hanno conferito un notevole terriccio emotivo di cui si è nutrito ciascunpersonaggio. Insomma, le carte sul banco (tranne due eccezioni) erano già state presentate a dovere, e non restava che continuare a giocarci.
Il problema è che i punti di forza del film risultano, a tratti, anche i suoi stessi punti deboli.
Si accumulano i fatti, si accumulano i personaggi e, benché non si approdi mai nell’accozzaglia caotica (ogni riferimento a Batman V Superman è puramente casuale), ammetto che tutta questa eccessiva esposizione smorza la compattezza drammatica dell’insieme e la tensione si disperde. Pressappoco, per buona parte del primo tempo, ci si tedia.
Lodevolissimo che ogni eroe si ritagli uno spazio in cui cerca di brillare, ma c’è pure una certa forzatura e ostentazione, una ricerca a tutti i costi, e per tutti, di una scena madre prepotente. Così i momenti dei vari personaggi diventano quasi episodi a se’ con una loro autosufficienza (emblematica di ciò l’introduzione del nuovo Uomo Ragno), e il quadro generale si opacizza perché poi bisogna attaccare tutte queste prove soliste con un duro lavoro di mastice. Boh, strano ibrido, sempre a metà strada tra l’essere un seguito puro di Capitan America e la necessità di unire tante voci in un unico coro che addirittura oltrepassa quella nevrosi d’intenti tipica più di un film degli Avengers. Si fatica talvolta a trovare l’adeguata omogeneità, ecco.
Altra cosa, siamo sempre più vicini al conflitto finalmente carico di pathos (bellissimo lo scontro finale tra Cap e Iron Man, ed eccezionalmente motivato, anche meglio che nel fumetto), ma in molti punti si potrebbe fare di meglio. In tal caso la tanto decantata battaglia dell’aeroporto è sì divertente, ma siamo pur sempre dalle parti della zuffa zuzzurellona: gli eroi si menano, va bene, ma non ad un livello così drammatico da porli in una situazione di effettivo e reciproco pericolo.
E un digitale un po’ posticcio non aiuta. Su, dai.

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Cosa però mi è piaciuto veramente tanto?
Le tematiche che, nonostante tutto, non si sfilacciano e restano perfettamente a fuoco.
Una delle considerazioni migliori è che la mera esistenza degli eroi causa la nascita di ciò che minaccia loro e il mondo. Poi c’è una bella riflessione sulla vendetta, che dà modo ad alcuni personaggi di fare un vicendevole gioco di riflessi.
Altro aspetto mooolto interessante: i superstiti delle azioni di salvataggio degli Avengers che non sono necessariamente riconoscenti, ma che anzi possono arrivare a covare un profondissimo risentimento, se non puro malanimo. Ne è un esempio il personaggio di Zemo (diversissimo rispetto al fumetto e per fortuna). L’ho trovato splendido nella sua semplicità, nella sua toccante, personale e umanissima disperazione. Un personaggio tratteggiato in modo minimale ma non per questo inefficace. Fidatevi, al contrario di ciò che si è letto in giro, ha motivazioni solidissime e per nulla banali. Senza peraltro inventarsi chissà cosa, ma solo seguendo la soluzione più ovvia e pertinente.
Bellissimo. Quando si dice fare di più facendo di meno.
Buone le due new entry, Pantera Nera e Uomo Ragno. Quest’ultimo, in particolare, è perfettamente centrato ma, come dicevo qualche riga dietro, è anche il personaggio più gratuito nell’economia della storia. Ha persino un grosso limite: entra in scena in guisa supereroistica in una versione palesemente digitale e per questo davvero discutibile. Mi ha fottuto notevolmente la mia sospensione dell’incredulità.
Ad ogni modo, Peter Parker è Peter Parker e nelle sembianze di Spidey è il bischero battutaro che tutti si aspettavano (ganzo il riferimento a Guerre Stellari). Speriamo bene per il prossimo capitolo firmato Sony/Marvel Studios.

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I fratelli Russo che gusto hanno per l’immagine, per la figurazione evocativa? In due parole per la pura e semplice illustrazione dal respiro squisitamente cinematografico?
Mh. Rivedibili.
In The Winter Soldier, complice anche una storia maggiormente compatta, avevano dimostrato un occhio più sicuro. Ciò mi porta a spezzare una piccola lancia per il lavoro fatto da Snyder per Batman V Superman. Ok, lì lo script era veramente ridicolo e con vette di autentica idiozia (Marthaaaaa!!), ma Gesù Cristo, quando Snyder decide di proporti una dimensione visiva risonante ti fa del cinema che può effettivamente chiamarsi tale.
I Russo? Capaci professionisti ma con uno sguardo e una sensibilità espressiva da televisione.
Il limite vero delle produzioni Marvel Studios sta tutto qui: grande progettualità nel definire il disegno generale dell’universo condiviso (un gigantesco franchise verso cui tanto pubblico si è comprensibilmente affezionato), grande attenzione negli script (che raramente sbagliano la direzione dei personaggi che raccontano), ma mancanza di registi capaci di confezionare davvero quella sequenza dal carattere intimamente e quindi indimenticabilmente cinematografico.

Il Borg nasce a Montevarchi (AR) nel 1983 la sua felice infanzia viene segnata da un precoce amore per il cinema e in particolare per i film horror, fantasy e fantascientifici. Alle elementari il Borg scopre i comics Marvel che, nel fanciullo, non tardarono a manifestarsi come nuove, eccezionali, forme di autismo.
Diplomato alla Scuola di Comics di Firenze e illustratore freelance passa le sue giornate a guardare film di ogni genere, leggere fumetti di tutti i tipi e talvolta disegna mostri.

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