robocopIl Robocop di Paul Verhoeven è un meraviglioso orologio che fa bella mostra di se’ nella zona più alta della parete, praticamente inavvicinabile. Se mai riusciste ad arrivarlo e provaste a smontarlo, capireste quanto sarebbe difficile trovare di nuovo, in mezzo a una meccanica di genere perfettamente funzionante, delle così belle ruote dentate di carica sovversiva, delle corone di sadismo così sottile, dei pignoni di perversa ironia che girano così bene in mutua sollecitazione. Bisogna proprio andare a cercare qualcos’altro nella filmografia di Verhoeven, magari quel gioiellino troppo spesso sottovalutato che risponde al nome di Starship Troopers.
Bene, questo per ribadire che il Robocop di Verhoeven è il Robocop di Verhoeven e che nessun remake sarà mai in grado di scalzarlo.

Ma siccome mi accingo a raccontarvi una storia dall’esito dolce, intendo aggiungere che il lavoro del bravo José Padilha ( recuperatevi i suoi Tropa de Elite 1 e 2, che meritano ) non sfigura affatto. E la cosa mi sorprende non poco, considerato il campo minato sul quale si cammina quando si decide di riscrivere un classico e visti soprattutto certi contrasti produttivi che hanno, eufemisticamente parlando, vivacizzato l’esperienza hollywoodiana del regista.

Padilha riesce a non sacrificare il suo sguardo, incalzante e tutto teso alla verosimiglianza, e descrive con efficacissime pennellate quello che è il cuore emotivo del film: il senso di smarrimento e estraneità (bellissimo e impressionante il corpo umano ridotto a tronco con gli organi a vista che pulsano dall’interno degli impianti contenutivi) di un uomo che si ritrova in un corpo robotico, non più di sua appartenenza e quindi soggetto a opinabili manipolazioni.
No, via, non mi è dispiaciuto questo nuovo Robocop, e la conferma più grande di ciò è che appena uscito dal cinema mi è ripresa la ” robocoppite “, ovvero quella sorta di patologia che mi fa muovere a scatti pronunciando perentoriamente frasi del tipo “arrendetevi o potreste avere… problemi “, oppure ” vivo o morto, tu verrai con me “. Poi afferro la pistola che mi esce dalla coscia e BANG!

Sono in piena ” robocoppite”, anche in questo esatto momento. Adesso infatti, che sono le 02:00 circa, andrò in camera del mi’ babbo e della mi’ mamma e li sveglierò di botto vociando metallico e monocorde ” siete in arresto per aggressione a pubblico ufficiale!”

Pistola che mi esce dalla coscia e BANG! Mi tireranno addosso tanti insulti e promesse di buttarmi finalmente fuori di casa, ma soprattuto le abat-jour sopra i comodini.

Ma io c’ho l’esoscheletro di metallo, io so’ Robocop!

BANG!!

httpv://youtu.be/INmtQXUXez8

Il Borg nasce a Montevarchi (AR) nel 1983 la sua felice infanzia viene segnata da un precoce amore per il cinema e in particolare per i film horror, fantasy e fantascientifici. Alle elementari il Borg scopre i comics Marvel che, nel fanciullo, non tardarono a manifestarsi come nuove, eccezionali, forme di autismo.
Diplomato alla Scuola di Comics di Firenze e illustratore freelance passa le sue giornate a guardare film di ogni genere, leggere fumetti di tutti i tipi e talvolta disegna mostri.

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