Ok, inizialmente la mia intenzione era quella di commentare qualche film fantasy di spregevole fattura, oppure un famigerato poliziesco all’italiana (genere che, nonostante alcuni titoli che amo davvero, non è mai riuscito a fare grande breccia su di me). Poi, sfogliando la nostra lista di film, mi sono accorto che ancora mancava all’appello il glorioso western. Anche questa volta, però, non mi interessava andare sul facile e prendere in esame pellicole della cinematografia italiana, quegli spaghetti-western che tanto hanno fatto la felicità di molti appassionati.

Mi sono ricordato così di “Soldato Blu”, un film americano del 1970. Non è certo un’opera trash o particolarmente assurda, al contrario penso che sia parecchio curata in tutti i suoi comparti, ma è bene non dimenticarci del suo status di film scandalo. E’ con “Soldato Blu” che il western si spinse veramente oltre, rappresentando scene di violenza, massacri ed efferatezze varie che fino a quel momento non si erano mai visti sul grande schermo. Inutile stare a raccontare di tutti i divieti a cui andò in contro. La cosa buffa è che, date le premesse, ci si potrebbe immaginare un film tetro e malsano, quando invece, per la maggior parte della sua durata, quello che vediamo è molto divertente, avventuroso, solare e romantico. Capiamo però, osservando la brutalità esplicita dell’assalto indiano iniziale (in cui gli unici a scamparla sono il giovane soldato Honus e Ketty, la ragazza sequestrata dai cheyenne per due anni e che è diventata compagna del capo indiano Lupo Pezzato), che il futuro non ci avrebbe negato un altro bagno di sangue, assai più agghiacciante e sfrenato.

Parliamo dei protagonisti, il loro rapporto si sviluppa nel corso di un viaggio a piedi verso il fronte. Lei, Ketty (Cresta, nella versione inglese), interpretata da una bravissima, bonissima e frizzante Candice Bergen, è la ragazza indurita e disillusa dalla vita con gli indiani, usa spesso un linguaggio colorito, sa come cavarsela e non risparmia mai il proprio sarcasmo. E’ grazie a questo personaggio che il film esplicita tutto il suo servizio d’ appoggio a favore degli indiani, e soltanto per questo l’opera meriterebbe una menzione speciale: quando mai si era vista una posizione così netta e tenace, un capovolgimento tanto ardito dei canoni fino a quel momento abbracciati? Lui, Honus, interpretato da un Peter Strauss dal volto azzeccatissimo, è un soldato un po’ ingenuo, ma onesto e di buon cuore, la cui fiducia irriducibile nei confronti dell’esercito verrà messa a dura prova. Stiamo parlando dei classici opposti destinati all’attrazione reciproca, un cliché ovviamente, ma del quale ci dimentichiamo grazie all’alchimia tra i due attori (capaci e coinvolti), che ci fa affezionare subito ai loro personaggi.

Arriviamo così al massacro finale ad opera dell’esercito, un terribile fatto di sangue realmente accaduto e definito in seguito dal Capo di stato maggiore dell’esercito “l’atto forse più vile e più ingiusto di tutta la storia americana”.

Stiamo parlando di un film che introduce gli anni ’70 cinematografici, un decennio contrassegnato da pellicole a dir poco eversive. In questa sequenza la volontà di abbattere le barriere di ciò che era lecito vedere non si risparmia. Facciamo quasi fatica, nelle immagini che ci scorrono davanti agli occhi, a riconoscere la pellicola che avevamo seguito. Torture, nudi integrali femminili, seni tagliate alle donne dopo averle violentate, bambini ammazzati, indiani impalati, truculenti festeggiamenti finali a base di pezzi di corpi issati sulle baionette, e chi più ne ha più ne metta. Il tutto con un occhio ben attento al dettaglio esplicito, che sfocia volentieri nello splatter.

Candice Bergen racconta, nel suo libro “Knock Wood”, come i produttori volessero violenze sempre più impressionanti perché convinti che il pubblico americano fosse attratto da questo tipo di scene.

Beh, credo comunque che “Soldato Blu” sia un bel film, molto ben girato e interpretato. Se proprio dovessi trovare un dettaglio che mi irrita non poco questo è l’attore scelto per Lupo Pezzato, un indiano credibile tanto quanto il sottoscritto in palestra…

Consigliato a: chi vuole dal western quelle scosse visive in più.

Scene da ricordare: la preghiera di Honus dopo il l’assolto indiano dell’inizio, sulla macchia bruciata in mezzo ai morti; la carneficina finale, in cui ti chiedi “e mo chi so’ i selvaggi?”

Supporto visionato: DVD Studio Canal, lingue: italiano, inglese, tedesco, spagnolo

 httpv://www.youtube.com/watch?v=Nblw9TlkSWU

Il Borg nasce a Montevarchi (AR) nel 1983 la sua felice infanzia viene segnata da un precoce amore per il cinema e in particolare per i film horror, fantasy e fantascientifici. Alle elementari il Borg scopre i comics Marvel che, nel fanciullo, non tardarono a manifestarsi come nuove, eccezionali, forme di autismo.
Diplomato alla Scuola di Comics di Firenze e illustratore freelance passa le sue giornate a guardare film di ogni genere, leggere fumetti di tutti i tipi e talvolta disegna mostri.

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  • Giuliana Pischedda

    No trovo gli indiani poco credibili. Del resto bisogna tener conto che va loro favore e contro i bianchi.. Mi piace molto anche la canzone di Fabrizio De Andre’

    • Giuliana Pischedda

      Ho sbagliato la prima parola NON